Informazioni

Il complesso conventuale di Santa Vittoria ha legato le proprie vicende, fin dalla sua fondazione, a quelle del territorio circostante caratterizzandosi come un luogo di incontro e di accoglienza, sia per la popolazione locale che per gli stranieri, prima e dopo il suo passaggio da struttura religiosa a civile.

La tradizione popolare vuole che il Convento Santa Vittoria fu fondato da San Francesco d’Assisi che, in uno dei suoi viaggi solitari che lo portarono ad attraversare anche le Marche, s’imbatté in una creatura mostruosa dalle fattezze di un grosso serpente che riuscì ad uccidere con “prodigiosa vittoria”.

A memoria di questo fatto il complesso venne dedicato a Santa Vittoria anche se, con più probabilità, era già presente un insediamento di monaci Benedettini, visto il controllo che fin dal 783 d.C. esercitava l’Esarcato di Ravenna proprio su questo territorio, soprattutto attraverso i suoi Arcivescovi di Classe.
Il nome di Santa Vittoria Martire richiama la dipendenza alla Chiesa ravennate anche se, la testimonianza di fonti scritte che attestano la presenza della reliquia della Croce e l’Indulgenza di Assisi dovuta proprio al passaggio di San Francesco nel 1292, connotano l’intero complesso conventuale come uno dei primi luoghi francescani dell’intero territorio.

I monaci classensi dominarono questo vasto territorio che andava sotto il nome di Ravegnana o Ravignana, che si estendeva dal fiume Cesano al Metauro ed aveva Fratte Rosa (Castrum Fractum) come capitale.
Il loro dominio ( fino al 1798, epoca della soppressione dell’ordine da parte dei Francesi) fu sia religioso che civile, in quanto svolgevano mansioni quali opere di misericordia, iniziative per migliorare le condizioni del popolo, gestivano una scuola e curavano le campagne dei loro possedimenti.
Il Convento di Santa Vittoria venne precedentemente soppresso anche nel 1661 per via di una bolla papale post Concilio di Trento che indicava l’abolizione delle piccole comunità religiose troppo isolate dalle città, esposte agli attacchi dei banditi ed incapaci di mantenere un numero di almeno quattro persone.
Secondo diverse fonti del tempo l’intero territorio era infatti infestato dai banditi e anche da parte dei frati vi era la volontà, più volte manifestata, di allontanarsi dal Convento.

Dopo aver subito i danni di un terremoto nel 1741, l’intero complesso venne riaperto con difficoltà fino a quando, nel 1870, venne completamente abbandonato.

RAPPORTI CON IL PAESE DI FRATTE ROSA

Il Convento Santa Vittoria è un luogo che appartiene alla memoria storica e culturale di Fratte Rosa, piccolo borgo della Provincia di Pesaro e Urbino, che domina dall’alto le colline che fanno da spartiacque fra le vallate del Cesano e del Metauro.

La posizione strategica di Fratte Rosa va ricondotta alla sua storia, la cui origine è successiva alla caduta dell’Impero Romano e all’arrivo dei barbari nel centro Italia, quando le popolazioni già insediate nelle aree limitrofe si spinsero verso gli altopiani del territorio per cercare rifugio nelle zone boschive e più protette.

A questi primi insediamenti si deve la vocazione che Fratte Rosa ha poi saputo mantenere intatta con il passare dei secoli, preservando quel profondo legame con l’ambiente naturale dopo aver trovato in questo una preziosa risorsa, da coltivare e da plasmare, per garantire la sussistenza della propria vita collettiva e sociale.

CONTESTO TERRITORIALE

La terra è da sempre l’elemento attorno al quale ruota il lavoro di questa piccola comunità rurale, legata all’agricoltura e alla coltivazione di quei prodotti che sono poi diventati tipici come la favetta di Fratte Rosa (legume da mangiare fresco o secco e da cui si ricava anche la farina) che predilige un terreno argilloso e ricco di minerali come il fosforo e il silicio, che caratterizza proprio la conformazione chimica e strutturale di questi territori.

Ed è stato proprio per via di questo tipo di terra, sabbiosa e morbida durante i mesi invernali, secca e resistente quando il sole la scalda d’estate, che gli uomini hanno iniziato a modellarla, per farne strumenti di lavoro, suppellettili e vasellame per la vita domestica e mattoni per le proprie case.

La terracotta è sicuramente il prodotto dell’artigianato locale che meglio racconta la storia di Fratte Rosa, una lavorazione presente fin dal Settecento intrapresa dapprima dai contadini, quando il lavoro mezzadrile imponeva una pausa per alcuni mesi dell’anno, e poi sviluppatasi all’interno di numerose botteghe, dove l’arte della lavorazione dell’argilla sul tornio, della sua doppia cottura (al sole e al forno) e della sua smaltatura iniziarono a tramandarsi di padre in figlio, fino ad arrivare ai nostri giorni come patrimonio e testimonianza tangibile della cultura locale.

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